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Pubblicato il 19/05/2012 |
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In realtà questa torta salata preparata con ingredienti molto semplici e umili come la farina di ceci, l’acqua, il sale e l’olio esiste in altre parti d’Italia e del Mediterraneo, ma è solo in Liguria che diventa così sottile da cuocere croccante e fragrante di olio di oliva e rosmarino nelle grandi teglie tonde in rame adatte al forno a legna della tradizione.
La storia della farinata è antica, e come per tutti i piatti poverissimi non ha un inventore, se non forse il caso e l’intuito di generazioni di persone ben affamate e abituate ad arrangiarsi.
C’è chi fa risalire la sua avventura ai soldati Greci e poi Romani, soliti preparare un intruglio di farina di ceci e acqua da far cuocere al sole o sul proprio scudo, per sfamarsi velocemente e con poca spesa: il risultato era talmente nutriente e piacevole che la ricetta sopravvisse alla caduta dell'impero Romano arrivando dritta dritta al Medioevo quando veniva consumata con un trito di cipolle bagnate d'aceto, o formaggio fresco.
Secondo altre fonti invece è il puro caso il grande cuoco creatore di questo piatto: anzi una, almeno in questo caso, fortunata tempesta di mare. Siamo alla fine del Duecento dopo la battaglia della Meloria (1284), in cui i genovesi sconfitti i pisani costringono migliaia di prigionieri ai remi delle galere della “Lanterna”. Una tempesta nel Golfo di Biscaglia colpisce una delle navi che, imbarcando acqua nella stiva, compie il disastro, o il miracolo: i ceci con cui si sfamavano i vogatori si bagnano, qualche barile di olio si sfascia, e l'umido riduce il tutto in una purea. Al ritorno del bel tempo, scoperto il danno alle provviste, ai prigionieri viene dato da mangiare l'informe cibo. Qualcuno dei pisani rifiuta la zuppa abbandonando la scodella, salvo poi riappropriarsene il giorno dopo, quando i morsi della fame diventano irresistibili. Un'intera giornata di esposizione al sole aveva però trasformato la pietanza in una specie di focaccetta, qualcosa di diverso dalla poco invitante poltiglia di ceci. La scoperta casuale interessò i genovesi che ne perfezionarono la ricetta cuocendola in forno a legna, e battezzandola per scherno verso gli avversari "oro di Pisa". Intanto il piatto si fece conoscere e divenne così diffuso da meritarsi nel Quattrocento addirittura un decreto tutto suo, emesso dalla Repubblica di Genova, che ne disciplinava la produzione: era nata ufficialmente la farinata, allora chiamata "scripilita" e di lì a poco anche i locali dedicati, chiamati "Sciamadde", in cui si poteva gustare questa specialità insieme ad altri piatti tipici e all’immancabile bicchiere di vino. Clienti abituali delle Sciamadde erano in particolar modo gli artisti e i letterati: tra tutti Fabrizio de Andrè, grande frequentatore e amante di queste antiche locande liguri.
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